Giovani, lavoro, imprenditorialità:
quale Italia emerge dalla ricerca JA Italia-SWG
Cosa pensano davvero gli italiani di imprenditorialità e lavoro? Quanto si sentono soddisfatti del percorso professionale che hanno scelto, o che hanno subito? E i giovani, come immaginano il loro futuro?
Per rispondere a queste domande, Junior Achievement Italia in collaborazione con SWG ha svolto un’indagine su un campione rappresentativo nazionale di 1.267 italiani tra i 18 e i 74 anni.
La ricerca esplora due territori strettamente connessi: da un lato, il rapporto degli italiani con la propria carriera professionale, tra soddisfazione, scelte consapevoli e rimpianti; dall’altro, la percezione del fenomeno imprenditoriale in Italia e quanto l’impresa appaia attraente, accessibile o lontana per la popolazione generale e, in particolare, per le nuove generazioni.
I risultati che emergono disegnano un Paese in movimento ma ancora frenato da ostacoli strutturali come la burocrazia e la mancanza di capitali, da una distanza persistente tra scuola e mercato del lavoro, e da una formazione imprenditoriale che fatica ancora a raggiungere tutti. Ed è esattamente questo il terreno su cui JA Italia lavora da oltre vent’anni: trasformare l’educazione imprenditoriale da eccezione a infrastruttura educativa ordinaria, misurabile e accessibile a tutti.
Scorri i risultati delle due parti della ricerca:
Italiani e carriera professionale tra stabilità e voglia di cambiamento
Insoddisfatti del lavoro? Nel 60% dei casi lo erano già a scuola
Se dovessimo dare un voto al nostro lavoro, la media nazionale si fermerebbe a 6,9. Sufficiente, quasi discreto, ma senza particolare entusiasmo.
Andando nel dettaglio, c’è un filo nascosto che connette scuola e lavoro, e che rappresenta il vero elemento significativo di questi numeri: chi ha vissuto bene la scuola tende a vivere bene anche il lavoro. E al contrario, tra chi oggi è insoddisfatto della propria carriera (18%), ben il 60% guarda indietro con lo stesso giudizio negativo. Tra i giovani questa tensione si fa più evidente:
Quasi 3 giovani su 10 (26%) non si sentono a posto con la propria carriera (scolastica prima, lavorativa poi)
26%
I giovani sembrano chiedere a gran voce al lavoro coerenza, senso e realizzazione, accettando sempre meno di accontentarsi.
60% TOTALE di chi dichiara coerenza tra percorso di studi e carriera
40% TOTALE di chi dichiara una scarsa coerenza
PROFILI CHE DICHIARANO
UNA MAGGIORE COERENZA TRA
PERCORSO DI STUDI E CARRIERA:
- Laureati: 74%
- Background tecnico: 71%
- Background scientifico: 65%
- 18-29 anni: 65%
Carriera e percorso di studi prevalentemente coerenti, specie tra i giovani
Nel complesso, la coerenza tra formazione e lavoro appare più solida di quanto spesso si pensi: il 60% dei lavoratori italiani svolge un’attività almeno in parte coerente con il proprio percorso di studi.
Nel dettaglio, il 36% lavora in ambiti affini, mentre il 24% svolge esattamente l’attività per cui si è formato. Sul fronte opposto, il 40% si muove su percorsi meno lineari. Le differenze emergono osservando i profili. La coerenza è più alta tra i laureati (74%) e tra chi ha un background tecnico (71%) o scientifico (65%). Ma il dato più interessante riguarda i giovani, dove tra i 18-29enni il livello di coerenza raggiunge il 65%, posizionandosi tra i più alti.
Non tutti i percorsi, però, offrono le stesse opportunità. Chi proviene da ambiti umanistici mostra livelli più elevati di disallineamento (54%), così come i non laureati (45%).
Il quadro che emerge è quello dove la coerenza tra studi e lavoro non è uniforme, ma sta certamente migliorando nel tempo. E sono proprio i giovani a rappresentare il punto più avanzato di questa evoluzione.
Solo 1 su 5 cambia strada per mancanza di competenze. Per gli altri è una scelta
Il 40% dei lavoratori italiani fa un mestiere che non ha molto a che fare con ciò che ha studiato. Potrebbe sembrare un fallimento, ma scavando nelle motivazioni, emerge qualcosa di diverso:
Il 36% dice semplicemente di non aver trovato sbocchi nel proprio settore, escludendo dunque che la causa principale possa essere l'impreparazione in senso stretto.
36%
Il 31% ha scelto deliberatamente di cambiare direzione (quota che sale al 40% tra chi ha un background operativo)
31%
Il 25% ha colto un'opportunità interessante fuori dal proprio campo.
25%
Il nodo, quindi, non è la qualità della formazione, quanto una distanza strutturale tra quello che il sistema educativo produce e quello che il mercato del lavoro assorbe. Un gap che non si risolve lavorando solo sulle persone, ma ripensando le connessioni tra scuola, università e impresa.
Mobilità professionale: i giovani guidano il cambiamento con un occhio all’impresa
Quasi la metà dei lavoratori italiani (45%) dichiara di voler cambiare lavoro nei prossimi tre anni. Un dato piuttosto significativo, che racconta un mercato sempre meno statico. Le modalità di cambiamento, però, sono il vero elemento di diversità:
- il 12% vorrebbe cambiare azienda restando nello stesso settore;
- il 22% punta a una trasformazione più radicale, cambiando completamente ambito;
- l’11% vorrebbe avviare un’impresa.
Ma è guardando ai giovani che il fenomeno assume un’altra dimensione.
Tra i 18-29enni la quota di chi vuole cambiare lavoro sale al 69%, oltre 20 punti sopra la media nazionale. E non si tratta solo di cambiare lavoro o azienda. Il 22% dei giovani dichiara di voler avviare un’attività in proprio, il doppio rispetto al totale (11%). Il cambiamento, dunque, passa dalla volontà dei più giovani di costruirsi nuove strade, e soprattutto avere gli strumenti per farlo.
L’immagine dell’imprenditoria (e dell’imprenditore) secondo gli italiani
L’immagine dell’imprenditoria italiana: piccola, locale e rischiosa. Ma costruita su studio e competenza, specie per i giovani
Nella percezione degli italiani, fare impresa non è per tutti. L’imprenditoria italiana viene descritta come un sistema fatto soprattutto di realtà piccole, radicate nel territorio, caratterizzate da rischio e incertezza. Non emerge un’immagine di stabilità o di sicurezza, bensì quella di un contesto complesso, in cui mettersi in gioco richiede preparazione e capacità di adattamento.
Tra i giovani questa percezione si fa ancora più netta: i 18-29enni leggono l’impresa in modo meno idealizzato rispetto alle generazioni precedenti, accentuando il tema del rischio, della difficoltà, della fatica. Ma proprio qui si nasconde un segnale importante. Cresce, infatti, in questa fascia d’età il peso attribuito allo studio e alle competenze, più che alla sola genialità o fortuna. Una visione più consapevole e meno romantica, dove l’impresa non è qualcosa che capita, ma qualcosa che si costruisce.
La complessità non cambia con l’attitudine
Un dato colpisce poi per la sua uniformità: la percezione dell’imprenditorialità resta sostanzialmente la stessa indipendentemente da quanto una persona si senta portata a fare impresa. Anche chi ha una forte attitudine imprenditoriale continua a descriverla come un ambito complesso, segnato dal rischio e dall’incertezza. Le differenze tra chi è molto propenso e chi non lo è affatto sono minime. Solo su un punto emerge una distinzione: i più attivi mostrano una maggiore apertura verso l’innovazione e una visione più internazionale. Ma la complessità percepita resta sullo sfondo per tutti.
L’identikit dell’imprenditore moderno
Non esiste una figura univoca di imprenditore moderno nella mente degli italiani. La più citata è quella dello startupper (29%), ma accanto a essa convivono con forza quasi equivalente il piccolo imprenditore familiare (20%) e chi costruisce imprese con una forte attenzione sociale o ambientale (20%). La figura del grande imprenditore è presente, ma meno centrale nel totale (17%).
Il quadro si trasforma però quando si guarda ai più giovani. Tra i 18-24enni il grande imprenditore sale al 28%, e tra gli studenti al 25%: segnale di una maggiore apertura verso modelli ambiziosi e strutturati. Allo stesso tempo, il libero professionista, indicato dal 12% nel totale, raggiunge il 18% tra i 25-29enni, evidenziando come le forme più flessibili di imprenditorialità stiano diventando sempre più attrattive per chi si affaccia al mondo del lavoro. Il risultato è una visione frammentata ma ricca, con i giovani che guardano all’imprenditorialità come un ventaglio aperto di possibilità.
29% STARTUPPER
sale al 35% per chi ha un background scientifico
20% piccola impresa familiare
sale al 31% per chi possiede una bassa scolarità
20% imprese con una forte attenzione sociale o ambientale
sale al 31% per chi possiede una bassa scolarità
17% grande impresa
sale al 28% per la fascia 18-24enni
12% libero professionista o freelance
sale al 18% per la fascia 25-29enni
Cosa serve per essere imprenditori? Soldi, idee e coraggio (in quest’ordine)
Quando si chiede agli italiani cosa serva davvero per diventare imprenditori, la risposta è pragmatica e per certi versi spietata:
- al primo posto c’è la disponibilità di risorse economiche (42%). Senza una base solida di partenza, l’idea di fare impresa resta tale;
- a seguire le idee innovative (41%), segno che l’imprenditorialità è ancora fortemente associata alla capacità di portare qualcosa di nuovo;
- poi le competenze manageriali (34%) e il coraggio (34%), che tra i 18-24enni sale al 39%.
Non mancano gli elementi relazionali:
- avere persone competenti intorno (28%)
- e una rete di relazioni (26%), quota che tra i 25-34enni sale al 33%, sono considerati fattori rilevanti.
- Le competenze tecniche chiudono la lista (23%).
I giovani si distinguono per un orientamento preciso: valorizzano di più il coraggio e la dimensione relazionale rispetto al resto della popolazione. Una visione dell’imprenditorialità più dinamica, in cui le competenze si intrecciano con la fiducia, le connessioni e la capacità di mettersi in gioco.
L’approccio all’imprenditorialità: tra fascino e distanza
Il rapporto degli italiani con il mondo imprenditoriale è articolato e, per molti versi, contraddittorio.
Il 31% lo considera stimolante, anche senza essere certo di volerci entrare. Il 25% si riconosce in un approccio proattivo, abituato a prendere iniziativa nel proprio percorso. Ma il 28% sente una distanza netta: non si sente portato, o considera l’imprenditorialità lontana dal proprio modo di vivere. In questo contesto, il dato più significativo è quello del desiderio latente: il 21% degli italiani dichiara che gli piacerebbe, prima o poi, avviare un’attività in proprio. Una quota che tra i 18-29enni sale al 31%.
Emerge dunque come l’imprenditorialità, per molti giovani, è una prospettiva che sentono concretamente possibile.
1 italiano su 4 nel corso della sua vita ha fatto qualche tipo di esperienza imprenditoriale. Un terzo ci avrebbe pensato, ma non lo ha fatto
Guardando ai comportamenti reali, il quadro si fa più complesso.
Il 25% degli italiani ha avuto nel corso della vita almeno un’esperienza imprenditoriale: c’è chi ha avviato un’attività (7%), chi lavora nell’impresa di famiglia (5%), chi ha avuto un’impresa poi chiusa (13%). Una quota significativa, ma non dominante.
Il dato più rilevante, però, non è chi ha fatto, quanto piuttosto chi ha pensato senza fare. Il 31% degli italiani dichiara infatti di aver considerato l’idea di avviare un’attività, senza mai concretizzarla. È un’area enorme di aspirazione non realizzata, in cui l’intenzione esiste ma non si traduce in azione. A completare il quadro, il 44% non ha mai nemmeno preso in considerazione l’ipotesi, con una quota che sale al 50% tra le donne.
Tre Italie, dunque: chi ha fatto, chi ha sognato senza agire, chi non ci ha mai pensato. Ed è nella seconda, quella più grande e più silenziosa, che si gioca la partita più importante.
Le barriere all’imprenditorialità: prevale la mancanza di risorse economiche e le difficoltà burocratiche e fiscali
Tra chi ha pensato di fare impresa senza mai farlo, le ragioni del blocco sono chiare. La prima è economica, con il 55% degli italiani che indica la mancanza di risorse finanziarie come ostacolo principale. La seconda è sistemica, dove il 40% segnala le difficoltà burocratiche e fiscali, un sistema percepito come complesso e poco favorevole all’iniziativa.
Ma accanto agli ostacoli esterni emergono quelli interni. Il 36% ha scelto consapevolmente la sicurezza di uno stipendio fisso e il 28% è stato fermato dalla paura di fallire. Seguono la mancanza di punti di riferimento o supporto (19%), la mancanza di competenze (17%), l’assenza di un’idea sufficientemente solida (15%) e la mancanza di tempo (13%).
Il problema non sembra essere tanto la motivazione, quanto la combinazione di vincoli economici, complessità del contesto e ricerca di sicurezza. Ed è esattamente su questi nodi, in particolare su competenze e supporto, che la formazione imprenditoriale può fare la differenza più concreta.
Meno del 10% degli intervistati che vorrebbero farlo pensa che sia molto probabile l’avvio di una propria attività. Ma la formazione cambia le probabilità
Se si guarda alla probabilità concreta di avviare un’attività nei prossimi tre anni, emerge un quadro piuttosto interessante. Il 75% la considera poco o per niente probabile, e solo il 9% la ritiene molto probabile (con un voto medio che si ferma a 3,7 su 10).
Ma i numeri cambiano quando si guarda ai segmenti più dinamici. Tra i giovani tra i 18 e i 29 anni la quota di chi considera probabile avviare un’attività quasi raddoppia, dal 9% al 17%. E tra chi ha seguito percorsi dedicati all’imprenditorialità, sale dal 9% al 15%. Ecco che i dati ci dicono come la formazione imprenditoriale possa rappresentare una leva significativa in tal senso. Chi ha avuto accesso a percorsi educativi dedicati, infatti, vede l’impresa come una prospettiva più concreta e raggiungibile. I giovani sono il segmento più reattivo, aperto, pronto a trasformare l’interesse in iniziativa. Ed è qui che si misura il valore, ma anche l’urgenza, dell’educazione imprenditoriale.
SOGGETTI PIÙ PROPENSI AD AVVIARE UN’ATTIVITÀ IMPRENDITORIALE NEI PROSSIMI 3 ANNI:
17% per i 18-29 enni
15% per i 30-44 enni
15% Residenti nel Nord-ovest
15% Chi ha seguito dei percorsi formativi dedicati all’auto-imprenditorialità
Tasformare il consenso in azione
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